Scena al night club del Diabolik di Bava

Dittico pop: i re dell’horror italiano al Cinema Ritrovato

//
11 minuti di lettura

Una delle rassegne più attese dal pubblico di nicchia del Cinema Ritrovato è quella dedicata al Cinema Europa, storico cinema indipendente situato in via del Pratello a Bologna, per questo ribattezzata “Pratello Pop“. La selezione rispetta pienamente l’identità del luogo che l’ha ispirata: ogni anno tornano in sala grandi capolavori underground, film erotici per tutti i gusti, corti e lungometraggi dal sapore squisitamente kitsch, trash, pop, cult – un miscuglio di termini che pare uscito da una poesia futurista. Tra i titoli di punta della rassegna, Diabolik di Mario Bava e Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci sono stati proiettati in spettacolari versioni restaurate in 4K, che ne valorizzano appieno l’estetica e la potenza artistica.

Ombre, colori e latex, l’assurdo Diabolik di Mario Bava

I Manetti Bros., responsabili della recente trilogia cinematografica su Diabolik, hanno introdotto la proiezione del film di Mario Bava. Hanno raccontato di come il loro intento fosse quello di realizzare un adattamento fedele al fumetto, con uno stile noir dichiarato. Eppure, proprio questa fedeltà si è rivelata un limite: è evidente dal primo Diabolik sino all’ultimo, Diabolik, chi sei? che trasporre un’opera da un medium a un altro senza farli dialogare tra loro, senza comprendere le logiche interne di ciascun linguaggio e senza saperle davvero “tradurre”, è una strategia che non funziona.

Il Diabolik di Bava, al contrario, è un vero e proprio trionfo pop: un film ironico, colorato, consapevole, che non si prende mai troppo sul serio. Ed è forse proprio questa leggerezza intelligente a renderlo, ancora oggi, un cult senza tempo. È un film che gioca con tutto, anche con se stesso, ma senza per questo rinunciare alla profondità. Il Diabolik di Bava è uno spaccato del tempo italiano, capace di guardare con lucidità e sicurezza alla propria epoca e, al tempo stesso, di intuire ciò che verrà. E lo fa restando sempre fedele alla sua estetica sballata, psichedelica, esagerata, che non è solo forma, ma sostanza del discorso.

Poster dall'atmosfera pop di Diabolik di Bava

Il film di Bava mischia con autoironia elementi presi da saghe pop come James Bond. Eva Kant è la femme fatale definitiva: audace minigonna, sguardo da gazza ladra attratto da ciò che brilla. Diabolik è un antieroe scandaloso, vicino ad Arsenio Lupin ma senza goffaggine; privo, ma non del tutto, di quel terrore che nel fumetto trasuda dal suo sguardo spietato. Se oggi molti film del passato risultano difficili da digerire per la sensibilità odierna, Diabolik funziona ancora perchè è consapevole e autoironico di ogni stereotipo, dalla donna-oggetto al playboy virile, che mette in scena e che rovescia su se stesso. Il film non afferma nulla con forza, ma deride tutto, lasciando lo spettatore libero di decifrare ciò che vede.

Il Diabolik di Bava è anche scioccante nella sua visione del futuro. Il protagonista non è solo un ladro elegante: è la rappresentazione di un’intera classe sociale italiana emergente, affamata di ricchezza, libertà e potere. Il film è del 1968, ma sembra anticipare la corruzione politica, la speculazione, la brama di scalata sociale che negli anni ’80 e ’90 porteranno all’Italia di Craxi e Berlusconi. I personaggi del potere presenti nel film, dall’imprenditore che fugge alla vista della polizia al nemico benestante che rapisce Eva Kant, sono prototipi riconoscibili di quella classe dirigente spregiudicata che negli anni successivi avrebbe devastato l’economia del Paese.

Diabolik ed Eva Kant a letto tra i soldi in una scena del film

Forse Bava ha davvero predetto un tempo di cui al tempo c’erano solo dei presentimenti. O forse il suo Diabolik, pop, sincero e strampalato, con un finale nichilista ma ottimista, ci ricorda che l’Italia è sempre stata e sempre sarà la stessa.

La riflessione sociale di Non si sevizia un paperino

Forse meno “pop” visivamente, ma altrettanto necessario per comprendere la società dell’epoca, Non si sevizia un paperino segna l’ingresso definitivo di Lucio Fulci nell’Olimpo dei registi italiani. Il film è radicale, completamente nuovo e coraggioso: non è semplicemente un folk horror (etichetta attribuita erroneamente per prima al gotico padano di Pupi Avati), ma un folk horror che miscela elementi di modernità. È una denuncia contro le credenze, da quelle popolari a quelle su più larga scala come il cristianesimo. Non a caso, all’uscita venne più volte censurato, motivo per cui il restauro presentato al Cinema Ritrovato è stata un’occasione preziosa per riscoprirlo.

Fotogramma di Non si sevizia un paperino

Il film di Fulci è costruito sul contrasto e sul binarismo: cristianità contro paganesimo, giustizia popolare contro giustizia istituzionalizzata. Anche le due protagoniste femminili (sebbene si tratti di un film corale) rappresentano i poli opposti. Nel film aleggia un’atmosfera di magia nera, di stregoneria, che viene associata all’elemento femminile. Ma mentre la Maciara incarna un paganesimo arcaico, oscuro, profondamente radicato nella terra dove si svolge la vicenda, Patrizia rappresenta una forma simile di magia traslata in un mondo moderno, fatto di usi e costumi nuovi per l’Italia del tempo.

Fulci riesce a portare avanti il binarismo fino alla fine, mostrando la corruzione di entrambe le visioni, sia quella tradizionalista che quella moderna e occidentalizzata, ma senza condannarne apertamente nessuna. I corpi delle due donne sembrano costantemente sovrapporsi: soprattutto tra primo e secondo atto, è difficile capire quando si sta guardando una e quando l’altra. Il conflitto tra mondo arcaico e moderno è esplicitato visivamente: come i corpi delle due protagoniste si sovrappongono attraverso transizioni incrociate o tagli netti tra scene, anche la gigantesca autostrada che apre i titoli di testa si interseca con la Lucania impervia. I due mondi si snodano l’uno nell’altro, si intersecano, fino a collidere su loro stessi.

Patrizia in compagnia del giornalista a casa sua

Come Bava, anche Fulci porta avanti una riflessione lucida sulla società italiana, con uno sguardo al presente e uno al futuro. In contemporanea, sebbene meno schizofrenico e colorato, Non si sevizia un paperino non è privo di elementi pop: anzi, li incorpora per far avanzare la trama e, allo stesso tempo, commentarla. Il “paperino” stesso è simbolo della cultura occidentale statunitense che stava lentamente colonizzando anche le zone più isolate dell’Italia anni ’70. Tra la terra secolare e le macchia ancestrale, la testa di un personaggio dei fumetti Disney è un’apparizione straniante, che serve alla narrazione ma che induce anche a riflettere su un nuovo tipo di imposizione culturale.

Anche l’uso della musica è tra gli elementi più pop del film: in un modo che anticipa soluzioni poi amate da Tarantino, Fulci gioca con il contrasto tra ciò che lo spettatore vede e ciò che sente. La scena del linciaggio del personaggio interpretato da Florinda Bolkan, accompagnata dalla voce di Ornella Vanoni, è uno dei momenti più memorabili del film: non solo per la sua crudezza, ma per il modo innovativo in cui sovverte le aspettative del pubblico.

Foto sul giornale del delitto del bambino con la testa del Paperino

L’arte pop di Bava e Fulci, un’Italia in trasformazione restituita al suo pubblico

Questi due registi, veri maestri dell’orrore all’italiana, hanno dimostrato ancora una volta la loro eccellenza nel saper mettere lo stile al servizio della sostanza. L’iconicità dei colori di Diabolik e la rottura della colonna sonora di Non si sevizia un paperino colpiscono lo spettatore con il loro modo inequivocabile di essere pop e divertenti. Ma al tempo stesso sono opere quanto mai radicali: una volta catturato lo spettatore, i due registi usano l’orrore, l’ironia e tutti gli strumenti cinematografici a loro disposizione per creare significato e far riflettere sulla condizione delle persone in uno spaccato sociale del tempo italiano.

Diabolik ed Eva Kant all'interno della macchina prima di entrare nel covo

Che si tratti di fumetti trasformati in capolavori assurdisti o di una terrificante storia vera dal profondo Sud, Fulci e Bava dimostrano quindi di essere accorti e capaci come pochi di comprendere cosa stesse succedendo allora e cosa sarebbe accaduto dopo. La loro arte, popolare come poche altre, riusciva così ad arrivare al cuore delle persone, sia nel messaggio sia nell’estetica.

L’accessibilità che Bava e Fulci donano alle loro opere è un vero e proprio invito verso il pubblico, rivolto a tutte le classi sociali. Questa immediatezza nasce dal loro saper rimescolare gli elementi del tempo per renderli digeribili, ma mai banali. Con Diabolik e Non si sevizia un paperino i due hanno dimostrato quindi di non essere solo, come ormai è assodato, maestri dell’orrore, ma anche grandi conoscitori degli elementi che compongono il pop cinematografico italiano.

Sequenza al cimitero di Non si sevizia un paperino

Seguici su InstagramFacebookTelegram e Twitter per sapere sempre cosa guardare!

Non abbiamo grandi editori alle spalle. Gli unici nostri padroni sono i lettori. Sostieni la cultura giovane, libera e indipendente: iscriviti al FR Club

Dalla prima cassetta di Spielberg che vidi a casa di nonna, capii che il cinema sarebbe stata una presenza costante nella mia vita.
Una sala in cui i sogni diventano realtà attraverso scie di luce e colori è magia pura, possibilmente da godere in compagnia.
"Il cinema è una macchina che genera empatia", a calarmi nei panni degli altri io passo le mie giornate.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.