In concorso al Festival di Venezia uno dei film più attesi era Frankenstein, nuovo adattamento di Guillermo del Toro dal cast infarcito di grossi nomi: Oscar Isaac nel ruolo del titolare scienziato, Jacob Elordi come la Creatura, Mia Goth e Christoph Waltz come comprimari. Prodotto da Netflix, Frankenstein è il progetto di una vita intera per del Toro che ha presenziato al lido affermando come “desiderasse fare questo film da prima di saper dirigere.”

Sviluppato subito dopo il travolgente successo de Il Pinocchio di Guillermo del Toro (2022), i due film si completano: entrambi sono infatti romantiche parabole sulla bontà genuina dei reietti, dei diseredati allontanati dalla società e sull’accettazione della morte come realtà certa. Si potrebbe quasi dire che più che film gemelli si tratti di un riciclo bello e buono: talmente poche sono le differenze significative fra i contenuti di Frankenstein e Pinocchio, e talmente profondi i baratri emotivi che li separano, che il nuovo film di del Toro manca di originalità.
Il corpo di Frankenstein (lo stile)
La storia sembra inutile ripeterla: un folle scienziato -moderno Prometeo- gioca col fuoco e crea la vita. La creatura gli si ribella contro dopo aver compreso intimamente la bellezza e la gentilezza che il resto del mondo sembra negargli. La Creatura di del Toro è l’elemento certamente più riuscito di questo adattamento: Jacob Elordi dona spessore al personaggio con una finissima recitazione che brilla anche attraverso strati di trucco e protesi.
Va anche sottolineato però che questo Frankenstein non ha nulla da aggiungere all’umanità del mostro che già era presente sia nel libro che nella sua prima trasposizione: quello che del Toro ci dice con verbosi monologhi e dialoghi soap-operistici, Whale lo comunicava attraverso la semplicità del silenzio già nel 1931. L’aspetto certamente più claudicante è il registro da grande epica barocca; il tripudio per gli occhi è innegabile -grandi le scenografie, i costumi, il makeup-, e la fotografia mette in risalto l’aspetto tangibile di tessuti e superfici, ma la scrittura appesantisce il film in modo gravoso.

Tutto il silenzio che rendeva la creatura de La forma dell’acqua (2017) così accattivante ed umana, tutto il mistero del Fauno e dei fantasmi di Crimson Peak (2015) viene a mancare davanti alla lunghezza dei discorsi del mostro, che dicono tutto di lui e lasciano vedere molto poco. Dispiace anche perché Frankenstein è chiaramente stato concepito come punto d’arrivo autoriale del suo regista: contiene al suo interno tutto ciò che del Toro ha imparato da ogni suo film. Il risultato è, ironicamente, un Frankenstein di idee e suggestioni che raramente si amalgamano con disinvoltura per creare un film capace di vita propria.
Tutto sembra già visto o poco ispirato: vi sono alcuni interessanti occhiolini (l’inquadratura che percorre per intero la trachea del mostro) al videogioco Death Stranding (2019), nel quale del Toro stesso interpreta un personaggio di nome Deadman, costruito con pezzi di altri cadaveri, ma poco altro di effettivo interesse per chi stesse cercando un cinema fresco.
Le viscere di Frankenstein (i contenuti)
Da notare la sottile inclusione di un messaggio politico come fu per La spina del diavolo (2001) e Il labirinto del Fauno (2006): qui la vicenda si svolge durante la guerra di Crimea (1853-56) e vede il dottor Frankenstein utilizzare per il suo aberrante progetto i cadaveri dei soldati caduti, fornitigli dal suo personale mecenate, coinvolto in prima persona nel conflitto come produttore di armi. La creatura nasce quindi in un mondo di odio, direttamente dall’odio della guerra.

Per il suo regista, Frankenstein è un film che più di tutto si interroga sulla religione: per sua stessa ammissione l’aspetto più affascinante di Frankenstein come personaggio è il desiderio di sconfiggere la morte e macchiarsi di hybris. La nascita del fratello di Victor ha precocemente condotto la morte a bussare alla porta della loro madre. Giocare ad essere dio diventa per del Toro una manifestazione del trauma generazionale che ha stravolto la vita del giovane scienziato: si troverà infatti a punire la sua Creatura proprio come il padre puniva lui durante l’infanzia.
Eppure al centro di Frankenstein sta piuttosto la volontà di raccontare una grandiosa, travolgente storia d’amore e umanità: forse l’unico modo per approcciarsi al film senza rimanerne delusi è interpretarlo come una rilettura affine al Dracula di Bram Stoker (1992) diretto da Coppola; grandi gesti romantici, musiche in crescendo da feel-good movie e grandi momenti set-pieces. Il meccanismo non è ben oliato: la struggente passione del mostro per la vita e per l’amore rimane fredda dietro una regia anonima e sottotono, certamente non al livello di quella che Coppola sfoderò per il suo vampiro.
Non tutto deve essere lungo e complicato: talvolta le parole possono essere ridotte a sguardi e cenni degli attori. La durata di due ore e mezza certamente non ha favorito l’impatto emotivo che del Toro sperava di provocare. Il progetto non sembra il lavoro di una vita e non espande sulla mitologia e le riflessioni già rappresentate in Pinocchio. Il consiglio per godersi al meglio questo Frankenstein è di prenderlo per ciò che è: un adattamento hollywoodiano dall’estetica curata, non particolarmente chiaro nella comunicazione dei suoi messaggi.
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