Ink
Credits: STUDIOCANAL SAS & Danny Boyle

Venezia 83 – Ink, la penna ferisce più della spada

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7 minuti di lettura

L’83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia si è aperta il 2 settembre con Ink, il nuovo lavoro di Danny Boyle tratto dall’omonima pièce teatrale del 2017 di James Graham (qui sceneggiatore). Con il suo consueto stile dinamico e irrequieto, Boyle racconta a cento all’ora la nascita del quotidiano inglese The Sun per come lo conosciamo oggi, iniziando dall’acquisizione per mano di Rupert Murdoch e dalla direzione affidata a Larry Lamb, che hanno il volto rispettivamente di Guy Pearce e Jack O’Connell: la trasformazione da semplice giornale in declino al primo vero tabloid moderno, rivoluzionando per sempre il mondo dell’informazione.

Ink arriverà prossimamente nelle sale italiane distribuito da Lucky Red.

Ink, o The Wolf of Fleet Street

Ink: Guy Pearce e Jack O'Connell
Credits: STUDIOCANAL SAS & Danny Boyle

Inghilterra, 1969. Il magnate australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce) e il cronista Larry Lamb (Jack O’Connell) si mettono alla guida del Sun, quotidiano ampiamente indietro rispetto ai concorrenti, radunando una squadra di fedelissimi collaboratori: un gruppo di visionari e outsider con l’idea di un nuovo modo di fare informazione, un giornalismo capace di dare al pubblico ciò che desidera. Ben presto, però, quando il successo esplode, per la prima volta il confine fra informazione, spettacolo e, soprattutto, guadagno, si fa sempre più sottile.

Sulla carta (no pun intended) quella di Ink potrebbe non sembrare la storia più adatta ad un regista dallo stile ipercinetico come Boyle. Eppure, l’uomo che ci ha portato Trainspotting riesce ad adattare perfettamente la propria poetica al materiale che ha a disposizione: il cambio di direzione di un giornale diventa un viaggio scatenato attraverso dieci anni di un’Inghilterra in continuo fermento, attraversando rivoluzioni sociali, sessuali e di genere.

Anche se l’atmosfera potrebbe far pensare più a Quarto Potere, Danny Boyle firma il proprio personale The Wolf of Wall Street, o dovremmo dire di Fleet Street: la storica sede del Sun è, ironicamente, anche quella che fu – secondo i racconti – del diabolico barbiere serial killer Sweeney Todd, narrata nell’omonimo film di Tim Burton. Come se, nella stessa via in cui leggenda vuole che furono commessi efferati omicidi, l’Inghilterra stessa abbia riscoperto cento anni più tardi un nuovo gusto per il macabro.

Ink è, dicevamo, in tutto e per tutto una creatura di Danny Boyle, soprattutto delle sue versioni più recenti. È infatti impossibile non notare la continuità artistica e visuale, ad esempio, con 28 Anni Dopo (senza considerare la presenza di Jack O’Connell): stacchi di montaggio, inquadrature, angoli di ripresa e persino la tecnica del bullet time, che fa il suo effetto pur rischiando di risultare troppo per qualcuno, considerato il contesto di utilizzo. Eppure, in Ink funziona, contribuendo a una corsa di 118 minuti che, per quanto romanzata, non può lasciare indifferenti.

Ink
Credits: STUDIOCANAL SAS & Danny Boyle

Ink e il vaso di Pandora dell’informazione

Prima della rivoluzione al Sun, il mondo dell’informazione rimaneva confinato alla propria sfera, senza mischiarsi all’aspetto ludico. Il Sun divenne il simbolo del tabloid moderno proprio per la decisione di andare incontro al proprio pubblico dandogli in pasto ciò che al pubblico stesso potesse interessare di più. Dallo sport agli hobby, passando per le vite delle celebrità e i gadget allegati alle pubblicazioni, il Sun si fa portavoce di lotte per l’emancipazione femminile – rappresentata in Ink dal personaggio della reporter Jules (Claire Foy) – e sessuale, contrastando il bigottismo ancora imperante nell’Inghilterra dell’epoca.

Quando l’informazione e lo spettacolo però diventano sempre più interconnessi, in quello che oggi chiameremmo infotainment, cosa rimane della prima? Una volta scoperchiato il vaso di Pandora, la corsa alla vetta delle vendite diventa sempre più frenetica: nel momento in cui ne vanno di mezzo vite umane, il confine tra dovere di cronaca e voglia di scandalo si fa pericolosamente sottile.

Ink
Credits: STUDIOCANAL SAS & Danny Boyle

Le contraddizioni del Sun sono incarnate dal suo direttore, l’ambizioso Larry Lamb. Mosso dalla volontà di portare il Sun sul tetto del panorama giornalistico inglese, Larry si perde ben presto in una vorace corsa all’oro, in cui a tratti Jack O’Connell mostra echi e ombre del vampiro Remmick che lo ha reso celebre: solo che ora a scorrere è l’inchiostro e non il sangue. O’Connell ha trovato la consacrazione lo scorso anno proprio nei panni del capo dei vampiri ne I Peccatori, strada proseguita poi, appunto, con 28 Anni Dopo e 28 Anni Dopo – Il Tempio delle Ossa, ed è diventato un’assoluta certezza ogni volta che appare sullo schermo, qui per la prima volta da protagonista.

Ink apre una finestra più ampia sugli effetti di questi eventi sul nostro mondo interconnesso. Il controllo sui mezzi di comunicazione, il clickbait, lo sciacallaggio di informazioni, la strumentalizzazione di dolore e violenza e l’oggettificazione della figura femminile sono tutte conseguenze della stessa miccia, con un finale che punta il dito in maniera esplicita verso figure come Donald Trump stesso in un chiaro momento Oppenheimer. La forma utilizzata da Boyle potrebbe non soddisfare tutti i palati per una storia come questa, ma di certo si distingue da un classico biopic nasce-cresce-cade.

Ink: Jack O'Connell e Guy Pearce
Credits: STUDIOCANAL SAS & Danny Boyle

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Classe 2000, marchigiano ma studio Comunicazione all'Università di Padova. Mi piacciono la pallacanestro, i cani e tanto tanto cinema. Oh, e casomai non ci rivedessimo, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!

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