Cosa percepisce un’anziana quando è chiusa in una struttura completamente a lei dedicata? Quali allucinazioni riempiono lo spazio dei suoi sensi rallentati ma ancora vitali? Familiar Touch, esordio dell’americana Sarah Friedland, è un unicum nel cinema contemporaneo, si concentra con sguardo toccante ed empatico su tutte quelle percezioni normalmente ignorate, di un essere umano ottuagenario che vuole ancora sentirsi vivo, nonostante tutto.
Familiar Touch ha vinto a Venezia 81 il Premio Orizzonti per la Miglior Regia, per la Miglior Attrice e il Leone del Futuro per la Miglior Opera prima. Arriva ora in sala dal 25 settembre 2025 distribuito da Fandango, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer (21 settembre) e del mese dedicato alla malattia.
Familiar Touch, in una residenza per anziani

Ruth (Kathleen Chalfant) ha 80 anni, la demenza senile le fa scambiare il figlio per amante, i pranzi con lui per appuntamenti galanti. Sono le ultime occasioni per rimanere nella sua casa, prima di andare a vivere definitivamente in una residenza di cura, in un nuovo spazio dai confini più stretti in cui muoversi, ma in cui imparare a esistere ancora in qualche modo. Lì Ruth viene accolta, incontra anziani coetanei, operatrici e operatori pronti ad assisterla. Sembra inizialmente confusa e respingente, ma anche in quello spazio – di malattia, di fine vita – vuole sentirsi vivere un’atmosfera più viva della vita, con le luci calde e spensierate, i respiri lenti e prolungati a sedare le maree umorali.
In Familiar Touch è infatti Ruth a guardare se stessa, al di fuori dei limiti anagrafici, dei ricordi di volti che tardano ad arrivare, di inciampi mentali sempre armoniosamente coreografati. Ruth si sottrae a tutti quei ruoli che normalmente le sarebbero attribuiti – di Madre, Paziente, Anziana -, che la vorrebbero intrappolare, nella visione degli altri, come malata cronica e senza speranza.
Familiar Touch, coreografia dell’ordinario

Nell’interpretazione intensa ed emozionante dell’attrice teatrale Kathleen Chalfant (premiata meritatamente a Venezia), Ruth trabocca energia, manifesta sempre chiaramente come vuole toccare il mondo e da quali mondi essere toccata ancora, anche quando il meccanismo mentale si incaglia e il vuoto erompe tra le luci sbiadite della sua memoria interrotta. Così, anche se dimentica il figlio («Non me lo ricorderò» si ripete sotto la doccia), in Familiar Touch Ruth ricorda precisamente i vari passaggi di un’amatissima ricetta, quel borscht di barbabietola che recita con la stessa passione di una poesia, a dimostrazione medica di lucidità mentale, di parole dal profumo inebriante ancora capaci di riconnetterla al suo passato di cuoca cresciuta tra i piatti gustosi della nonna.
Panini assemblati come opere d’arte, la lista della spesa che diventa in sé esercizio sentimentale di denominazione: sembra la cucina come linguaggio amoroso de La passion de Dodin Bouffant – le mani che corrono maniacali a modellare gli ingredienti dove mancano le parole – ma anche il gusto mnemonico di Linda e il Pollo, capolavoro d’animazione di Chiara Malta e Sébastien Laudenbach – i tratti di colore delicati, friabili, appena abbozzati, che si compiono sulla tela bianca dell’ordinario, perché la più piccola percezione di odori e sapori riprenda sulle spalle il peso del mondo.
Familiar Touch vive tutto di questo linguaggio profondamente fisico e tangibile, di gesti e movimenti essenziali che accarezzano innanzitutto la propria memoria, la solleticano dall’interno fino a farla vibrare come una danza che reclama via via sempre più spazio aggiuntivo (e a cui sicuramente contribuisce l’esperienza della regista Sarah Friedland come acclamata coreografa).
Familiar Touch, una prospettiva senza età

Chissà perché il cinema ha da sempre conservato una certa riluttanza a raccontare il presente sensoriale dell’età avanzata, preferendone piuttosto lo studio meticoloso di puro contenuto in funzione e in misura del passato, come somma di passati, di un’anagrafica accumulata, di ciò che siamo stati e non siamo più, con scatoloni polverosi stracolmi di memorie eroiche da rielaborare, di percezioni sovra-performanti da rimpiangere. Da Oh, Canada di Paul Schrader fino al meraviglioso e carezzevole Vortex di Gaspar Noé e al più glaciale e sconfortante Amour di Michael Haneke.
L’anzianità e la malattia che l’accompagna sembrano essere sempre una condanna, a cui il cinema risponde con la sua intrinseca capacità di rimettere mano al prima e al dopo di ogni storia personale, rimontandola in un ordine più nostalgico e tollerabile. Eppure il cinema è allo stesso tempo anche quel gesto artistico che lavora di esperienza oltre che di testa, che mette insieme, più che tempi diversi, anche sensi e sentimenti opposti. La geriatria ce lo insegna: un anziano non è diverso da tutti gli altri, esiste ancora in quel presente, insieme alle sue sensazioni, ai suoi desideri e ai suoi sogni che lo tengono in vita, nonostante la pelle lassa e una lucidità meno compatta.
Familiar Touch, fin dal titolo, recupera quest’intenzione anti-ageista, ne fa il suo stile e il suo carattere eccezionale, mai consolatorio o retorico: sentire il mondo come un anziano e come nessun altro, non semplicemente e di nuovo per il ricordo di qualcos’altro, ma per il qui e ora che in tutti quei dettagli sfumati il corpo è in grado di catturare, tenendoseli addosso come una carezza che impedisca di cadere nel vuoto.

È un po’ in fondo lo stesso afflato poetico che animava anche Nebraska di Alexander Payne, un anziano scontroso deciso ad attraversare l’America per reclamare un promesso premio milionario. Un bianco e nero elegantissimo, la completa assenza di pietismo e nostalgia, il semplice accadere del tempo, di una persona che vuole ancora sentirsi viva.
Familiar Touch rappresenta in questo senso un racconto di formazione traslato in avanti, un’occasione di crescita purissima, perché anche in quello spazio attrezzato in cui alla colazione vengono accompagnate pastiglie di anticoagulanti Ruth è in grado di sviluppare fiducia, scoprire nell’incontro con l’altro (il dottor Brian, la caregiver Vanessa) parti inedite di se stessa, trasformandosi in un nuovo adulto come una bambina appena giunta tra i banchi di scuola.
Familiar Touch, to care, to cure
La californiana Sarah Friedland, classe 1992, esordisce con Familiar Touch partendo da una premessa autobiografica che abbraccia più piani: la morte della nonna a lungo sofferente per una demenza avanzata e l’esperienza personale come assistente ad alcuni artisti newyorkesi con problemi di memoria. La realtà entra con decisione nella finzione, la dispiega, la convalida.
La didascalia che chiude Familiar Touch è in questo senso informativa: «Il film è stato girato in collaborazione con i residenti e il personale del Villa Gardens Continuing Care Retirement Community». I residenti partecipano come attori, ma anche dietro la macchina da presa come troupe inattesa e inconsueta, in un coinvolgimento attivo che è in sé progetto sociale e di educazione filmica: il cinema non solo come racconto, ma come pratica stessa di cura, di co-costruzione di valori da trasmettere in forma condivisa.

È esattamente ciò che l’inglese distingue tra i termini “to care” e “to cure”, non solo curare e guarire un corpo malato, che nella concezione capitalistica vede l’effettivo beneficio solo se può essere reinserito nel mondo produttivo del lavoro, ma prendersi cura di un essere umano unico, a prescindere dalla sua età, dalla sua aspettativa di vita, dalle patologie che l’anamnesi – prossima o remota – ci può rivelare.
Anche in Familiar Touch allora si costruiscono quelle mura empatiche che affresca anche Claire Simon in Our Body – ospedali e strutture umaniste più che umane, in modo che chiunque in quel “valzer folle dei destini” possa ancora provare una pura e profonda vertigine: sentirsi vivi e viventi, concedendosi un ballo non come se fosse l’ultimo, ma con lo stesso candore di tante altre infinite prime volte.
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