It jumpscare scena

Jumpscare: come funziona il trucco da cardiopalma del cinema horror

L’espressione Jumpscare traduce il sintagma verbale “saltare per lo spavento”, ed è un termine di derivazione mimetica, che descrive visivamente l’atto. Largamente utilizzato nei videogiochi e nella cinematografia horror, si affida a una combinazione ipnotica di tensione e suggestione, che conducono gradualmente verso una liberatoria e fulminea scarica di adrenalina. È come trovarsi su una giostra da luna park, una di quelle con una discesa quasi perpendicolare al terreno, come l’Oblivion di Gardaland.

Ognuno è seduto sul proprio seggiolino, con le gambe a penzoloni nel vuoto e lo sguardo rivolto verso una voragine eterea sotto di sé. Entro pochi secondi la giostra continuerà la sua corsa, planando nell’oblio, ma non si sa con certezza quando avverrà.

Ecco, il momento della partenza, lo stacco improvviso da una sensazione di precedente sicurezza, attiva la tecnica del jumpscare. Questa, nel migliore dei casi accompagna la canonica frase “Mi hai fatto prendere uno spavento” oppure una risata, ma nel peggiore, è fatale. Ed è proprio qui che si crogiola la tecnica fondativa del cinema horror.

Jampscare dagli horror slasher, al cliché, fino alla parodia

Non è un caso che il genere horror si affacci alla conversazione, dato che il jumpscare è un elemento basico della sua struttura filmica. E il suo uso massiccio e pervasivo affonda le radici negli anni Ottanta, quando diventano iconici gli horror slasher. Si tratta di quella tipologia di film horror che affida la vorace paura a un serial killer, il cui unico scopo di uccidere tutti i protagonisti. Si pensi per esempio al fondativo Venerdì 13(1980) di Sean S. Cunningham e all’immancabile maschera bianca di Jason.

Tuttavia lo slasher sfrutta il jumpscare fino alla sua autodistruzione. Quando infatti i personaggi della pellicola sono giovani ragazzi/e simili tra loro, non c’è più la smania febbrile di voler salvare il protagonista. Chiunque può morire, è inevitabile, quindi l’interesse scaturisce dal come e, laddove si calca parecchio la mano, ne deriva una catarsi comica. L’horror diventa divertente, perché parodiato e perché sterilizzato fino al cliché. Così la serie comedy di Ryan Murphy, Ian Brennan e Brad Falchuk, Scream Queens (2015), concretizza la parodia di tale parodia.  

La banalità del jumpscare moderno

Come sosteneva Andy Warhol con la sequenza di opere Car Crash, la violenza e la morte riprodotte in forma continuativa e serializzata, non suscitano più alcun effetto.

Così si perde la magia del jumpscare, laddove alcuni registi, soprattutto dei B Movies, preferiscono abusarne per destare un sicuro salto sulla poltrona. Per questo, davanti agli amatori del genere, il jumpscare è la forma più elementare e spiccia per mettere insieme un film horror. Basta infatti che un personaggio si rifletta nello specchio per lasciare affiorare alle sue spalle il Candyman di turno. Oppure che apra e chiuda un’antina per vedersi spuntare un demone di fianco. E tale posizione è stata brillantemente indagata dall’episodio Giochi Pericolosi, di Black Mirror 3.

Tale considerazione generalista del jumpscare ha però svilito l’importanza di questa tecnica che, se gestita con sapiente sfruttamento delle sue potenzialità, può creare effetti sorprendenti. Basti pensare che il jumpscare è adattabile a qualunque genere filmico, come dimostra il caso maestro di Pulp Fiction (1994) di Quentin Tarantino.

La scena in questione è quella in cui Butch Coolidge (Bruce Willis) uccide Vincent Vega (John Travolta). I due sono nello stesso appartamento, ma in due stanze diverse. Lo sciacquone del water annuncia a Butch che c’è qualcuno in bagno. Coolidge aspetta dunque un ignaro Vincent con un fucile in mano e intercorrono pochi secondi di silenzio. Poi, lo scatto dei toast nel tostapane precedentemente attivato da Butch, ci distrae per un millesimo di secondi prima che parta la scarica di proiettili.

La sacra trinità di Michael Caine: come funziona il jumpscare

Così, per evitare il cliché da serializzazione, l’effetto comico e l’insoddisfazione del pubblico, si attivano le tre regole non scritte del jumpscare. Quest’ultimo è infatti assimilabile a un trucco di magia, a un gioco di illusione, consolidato sui tre passi che Michael Caine espleta nel film The Prestige (2006) di Christopher Nolan, con la celebre scena del canarino. La tecnica si risolve quindi nella promessa, nello sviamento e nel colpo di scena. Per prima cosa, infatti, lo spettatore viene introdotto in un contesto inusuale, misterioso, sospetto. Si setta così la situazione, dominata dalla diffidenza verso ciò che circonda, spesso accompagnata da un suono inquietante, come la musichetta de Lo Squalo (1975) di Steven Spielberg.

Scatta poi qualcosa. Una porta che cigola, una finestra semiaperta, uno strano rumore proveniente da un angolo remoto. Lì avviene allora lo sviamento, poiché, quando lo spettatore scopre che si tratta di un topo da soffitta o del vento che smuove le antine, si tranquillizza, abbassando la guardia. Ed è in quel momento che entra in gioco il colpo di scena, contestualizzato in un demone o in un serial killer che appare all’improvviso sullo schermo. Come il canarino del prestigiatore, quindi, scompare, ma magicamente ritorna e con modi e tempi inaspettati. Solitamente avviene tutto in poco meno di un minuto. Ma sono i trenta secondi prima del jumpscare che ne scrivono la perizia tecnica.

L’attesa della paura è la paura stessa

L’esempio del prestigiatore è un riferimento enciclopedico canonico per la descrizione del jumpscare. Lo utilizza anche il canale Youtube Now You See It, specializzato nel glossario cinematografico. Nel suo caso la scena di Caine è paragonata alla leggendaria sequenza del clown di Poltergeist – Demoniache Presenze (1982) di Steven Spielberg. E quest’ultima è fondamentale per tratteggiare come una sapiente attesa costruisca alla perfezione il jumpscare finale. La paura dimora infatti in una costellazione di dettagli che preparano lo spettatore alla paura stessa.

Un altro celebre esempio si trova ne Il Sesto Senso (1999) di M. Night Shyamalan. Quando il piccolo Cole Sear (Haley Joel Osment) si trova nella tenda, l’attenzione si concentra sulle cuciture del rifugio che saltano, focalizzando l’attesa su una possibile presenza che irrompa dall’alto. In realtà il jumpscare si concretizza nell’immagine demoniaca di Kyra Collins (Mischa Barton), che appare seduta di fronte a Cole. Certo, la descrizione non appaga quanto la visione della scena, tuttavia il concetto è chiaro. L’attesa del piacere è essa stessa il piacere” diceva Gotthold Ephraim Lessing e Giacomo Leopardi ne ha fatto un principio letterario fondante.

Perché il jumpscare è immortale

Un trucco cinematografico così longevo affida la sua immortalità a una funzionalità sempre efficace. E tutto nasce dalla genuinità e dalla naturalezza dell’evento, che potrebbe accadere nella vita di tutti i giorni. Quante volte ci siamo addentrati nell’oscurità della casa o alla ricerca dell’origine di un rumore con la consapevolezza di poter essere sorpresi? Forse non tante. Ma se e quando è successo, si è basato inconsciamente su una traccia mentale lasciatoci da una pellicola horror o da una notizia di cronaca nera o da una semplice suggestione.

Il cinema lavora così sulla mente e trasforma il suo immaginario in una contemplazione solo all’apparenza disinteressata. Così il jumpscare si nutre di quel disinteressamento, del dolce abbandono a cui lo spettatore si offre durante la visione di un film. E poi colpisce la sua psiche, come una spiacevole sorpresa che però aggrada la fame voyeuristica dell’osservatore. Non è un caso, quindi, che i jumpscare si verifichino spesso quando la visione di un personaggio è limitata. Per esempio in una stanza buia, dove si può vedere solo quello che è illuminato dalla torcia, oppure dallo spioncino di una porta o da uno spiraglio.

Perché è la curiosità che spinge la vittima verso il suo carnefice e lo spettatore a consumare una pellicola horror. L’attesa febbrile di sapere quando avverrà il fattaccio. E, nonostante ci siano degli indicatori precedenti al colpo di scena – pensiamo al fischio di M. Il Mostro di Dusserdof (1930) di Fritz Lang – ogni jumpscare è come la prima volta. Qui dimora il suo filtro di eterna giovinezza, perché l’eccitazione da brividi non ha tempo.


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