La Leggenda del Santo Bevitore

La Leggenda del Santo Bevitore, ricordando Rutger Hauer

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Il compianto attore Rutger Hauer, scomparso nel 2019, avrebbe compiuto 80 anni adesso, nel 2024. Per ricordare una delle personalità meno celebrate eppure tra le più magnetiche e misteriose del cinema moderno, rivisitiamo il film che Hauer stesso aveva definito la sua miglior performance: La Leggenda del Santo Bevitore, film italiano del 1988 diretto dal grande Ermanno Olmi, noto per Il posto e L’albero degli zoccoli. Sebbene sia un’opera minore del regista e dell’attore, La Leggenda del Santo Bevitore regala un’atmosfera sospesa e poetica, retta dall’interpretazione sottile e sfumata di Rutger Hauer. Una felice collaborazione tra autore e attore che non si è più ripetuta.

Rutger Hauer, ripercorriamo una carriera

La Leggenda del Santo Bevitore

Sebbene abbia cominciato sin da giovane a recitare (fece il suo debutto a soli 11 anni), Rutger Hauer ha conosciuto la fama mondiale solo nel 1982, grazie al suo indimenticabile ruolo in Blade Runner. Eppure Hauer, nella madrepatria olandese, ha collaborato da subito con l’affermato regista Paul Verhoeven (RoboCop, Basic Instinct, Benedetta), famoso per i suoi film provocatori e scandalosi: dopo aver collaborato nella serie Floris, Hauer e Verhoeven approdano sul grande schermo con Turkish Delight nel 1973 e Spetters nel 1980.

Dopodiché, Hauer viene adottato da Hollywood, che gli farà vivere il suo periodo di fama in film di genere, soprattutto fantascienza, fantasy e thriller d’azione. Negli anni ottanta recita in veri e propri cult: Nighthawks, The Osterman Weekend, Ladyhawke, The Hitcher, il già citato Blade Runner. In quest’ultimo Hauer, dopo aver chiesto il permesso allo sceneggiatore Hampton Fancher e al regista Ridley Scott, si concesse una licenza poetica e ideò la storica frase:

Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Questo contribuì certamente ad assicurare la memorabilità del suo ruolo nel film, e di conseguenza il suo successo nella carriera e nei film che seguirono. Nel 1985 si riunì con Verhoeven per girare Flesh+Blood, controversa avventura storica ambientata alla fine del Medioevo.

Dopo La Leggenda del Santo Bevitore, uscito al termine degli anni ottanta, Hauer continuò a recitare in film di minore impatto, seppur mantenendo il suo status di attore cult, che gli assicurerà – dalla metà degli anni 2000 – ruoli più significativi: compare infatti in film di successo come Sin City e Batman Begins, collaborando con registi e artisti come Christopher Nolan, Lech Majewski, Dario Argento, Luc Besson. Nel 2011 torna come protagonista nel piccolo cult Hobo with a Shotgun, spin-off della serie Grindhouse di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez.

Il ritorno del tempo perduto in La Leggenda del Santo Bevitore

La Leggenda del Santo Bevitore

Tornando a La Leggenda del Santo Bevitore, il film è un adattamento nell’omonimo racconto autobiografico di Joseph Roth. L’autore, che nel periodo in cui ha scritto il racconto era in emigrazione dalla Germania nazista, narra di un vagabondo alcolizzato, Andreas, a cui un estraneo regala 200 franchi, ispirato dalla storia di Santa Teresa. Il clochard si impegna a ripagare il debito presso la chiesa di Sainte Marie des Batignolles, non appena riuscirà ad ottenere quella somma. Infatti per una serie di fortunati eventi, dettati dal caso, dal destino, o da intervento divino, Andreas continuerà a ricevere sempre più denaro, ma allo stesso tempo una serie di incontri fortuiti gli impediranno di presentarsi alla messa della domenica.

La Leggenda del Santo Bevitore è un adattamento fedelissimo al racconto di Roth, che riesce comunque a mantenere il tratto autoriale e stilistico del regista, con le sue atmosfere sospese, fredde ma infuse di calore umano, con dialoghi essenziali e interpretazioni fatti di sguardi, intensi e pieni di emozioni interiori, in cui traspare tutto un vissuto pur senza proferire parola. In questo aiuta molto anche il montaggio, che riesce a collegare con sensibilità il presente malinconico ai ricordi del passato, appartenenti quasi ad un’altra vita. Eppure, il caso continua a rimettere nel sentiero della vita vagabonda di Andreas persone significative del suo passato: l’amante per cui aveva ucciso e il primo compagno di scuola, che lo riveste di abiti nuovi.

Tra un bicchiere di whisky e un altro, incontra persone benevole che lo ingaggiano per lavori, oppure vive una fugace avventura romantica con una ballerina, o ancora trova 1000 franchi in un portafoglio usato che ha comprato. Andreas continua a vivere una serie di piccoli miracoli, che gli permettono di fuggire brevemente dalla sua vita di vagabondo, rivivendo esperienze del passato nel presente. Eppure, i miracoli che gli danno fortuna sono gli stessi che gli impediscono di risanare il debito di 200 franchi alla piccola Teresa, nella messa di domenica. Un circolo vizioso da cui Andreas può trovare un’unica, fatale via d’uscita.

La presenza e il carisma di Rutger Hauer in La Leggenda del Santo Bevitore

La Leggenda del Santo Bevitore

Sebbene la parte centrale del film può risultare ripetitiva, verso l’atto finale La Leggenda del Santo Bevitore assume delle sfumature sempre più ambigue: la foschia crepuscolare di Parigi rispecchia quella della mente di Andreas, sempre più annebbiato dai fumi dell’alcol e dai fantasmi del passato, oltre che dal rimorso del debito non pagato. La stessa promessa a cui aveva giurato fedeltà assume un’ombra di incertezza, perde il valore che le aveva originariamente attribuito, quando lo stesso uomo che gli aveva dato i famosi 200 franchi lo rincontra e, affermando di non averlo mai incontrato prima, gliene affida altri 200. La vita allo sbando di Andreas, che aveva trovato un unico scopo in questa nobile missione, perde ogni certezza, e con essa Andreas perde l’ultimo senno di lucidità che aveva. Ma non abbastanza da impedirgli di portare a termine quest’ultimo futile, simbolico compito.

Rutger Hauer regge praticamente da solo tutto il film, grazie alla sua intensità e alla sua presenza scenica: i suoi occhi azzurri ci trasportano nell’interiorità delle sue emozioni, del suo passato, del suo vissuto, e trasmettono un senso di rimpianto e di malinconia profondi. Ma Hauer è capace di evocare anche il suo lato più ironico e leggero: il suo carisma naturale ci rende complici dei suoi corteggiamenti e delle sue avventure, rendendo l’interpretazione profondamente umana e accessibile.

Non per nulla l’attore ha definito il lavoro in La Leggenda del Santo Bevitore il suo migliore, complici sicuramente le maestranze coinvolte nel progetto: Olmi e il direttore della fotografia Dante Spinotti (che ha recentemente pubblicato la sua interessantissima autobiografia) sono riusciti a catturare con maestria e sensibilità tutte le sfumature del volto di Rutger Hauer, e hanno restituito al pubblico la complessità del lavoro interiore dell’attore. La Leggenda del Santo Bevitore è la testimonianza, oltre che della poesia di Ermanno Olmi, del talento e della profondità di Rutger Hauer, un artista che è stato poco apprezzato e decantato, ma che vale la pena di riscoprire, per rimanere da lui affascinati.


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Nato a Roma, studia attualmente al DAMS di Padova.
Vive in un mondo fatto di film, libri e fumetti, e da sempre assimila tutto quello che riesce da questi meravigliosi media.
Apprezza l'MCU e anche Martin Scorsese.

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