Una scena del film Eternity di David Freyne, in cui Elizabeth Olsen, Miles Teller e Callum Turner si ritrovano in un triangolo amoroso all'interno di una stazione di passaggio che funge da aldilà

TFF 43 – Eternity, l’amore eterno si prova in un centro commerciale

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12 minuti di lettura

Nell’America contemporanea l’aldilà passa da una stazione di treni e binari, di folle affrettate in perenne incrocio e collisione. Non quindi la barca di un Caronte oscuro a traghettare le anime verso gironi e canti di dantesca derivazione, ma il simbolo architettonico ideale di una società cosmopolita, in transito, che corre, si perde, si lascia indietro pezzi e ricordi ma è sempre pronta a rimediare con la compulsività dell’acquisto.

Eternity di David Freyne, film d’apertura Fuori Concorso al 43° Torino Film Festival, è una rom-com dal sapore fantascientifico, un comfort movie a tratti fin troppo consolatorio non tanto nel promettere l’eternità del titolo, ma una vita che può riscoprirsi splendida nonostante tutto, persino in un mondo capitalistico in cui anche la stabilità e la durata del sentimento sono stati resi prodotti di consumo.

Eternity uscirà nelle sale italiane il 4 dicembre 2025 distribuito da I Wonder Pictures.

Eternity, dentro la stazione dell’aldilà

Miles Teller e Elizabeth Olsen in una scena di Eternity di David Freyne, in cui interpretano una coppia sposata per 65 anni di matrimonio e che dopo la morte si ritrova in un'aldildà a doversi scegliere per l'eternità

Esiste una stazione di scambio (Junction in inglese) che accoglie le anime appena trapassate. Con l’aspetto raggiante e giovanile dei propri migliori anni che sottrae alla morte tutta la sua accezione più cadaverica e ripugnante, lì le anime hanno una settimana di tempo per decidere dove e con chi trascorrere l’eternità, pena rimanervi indecisi per sempre, a lavorare come servizievoli e sorridenti consulenti del servizio sospesi nell’attesa o nell’incertezza, senza nessun campo di recesso, nessun rimpianto che trova voce nel contratto, se non il vuoto e il buio eterno.

Così in Eternity i due anziani coniugi Joan (Elizabeth Olsen) e Larry (Miles Teller), appena deceduti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, si ritrovano in quello spazio con una scelta di oltre-vita che pare scontata: insieme. Eppure tra i tanti passeggeri dell’aldilà compare anche Luke (Callum Turner), primo marito di Joan morto 70 anni prima nella guerra di Corea e ora nell’irrisolta attesa della sua prima vecchia fiamma costretto nel frattempo a diventare barman della stazione di transito, come simbolo leggendario di resilienza sentimentale.

La fantascienza dell’amore, agnostica ed empirica, è sempre stata in qualche modo legata all’estremizzarsi del tempo, al tentativo disperato di strapparlo per controvertire le sue leggi di natura, compensando il ticchettio irrisolto di un letto a due posti rimasto vuoto: dalla memorie sentimentali cancellate e cancellabili di Eternal Sunshine of the spotless mind, ai ricordi di un defunto trapiantabili nel corpo vivo di una persona viva e ancora amabile (come il recente Another End di Piero Messina), fino a più classici e battuti viaggi nel tempo, con cui rovesciare le morti, gli addii, i multipli sensi di fine e di passato.

La premessa drammaturgica di Eternity, di un unico amore esclusivo e permanente da ordinare come su un menù stellato grazie a cangianti consulenti allo shopping in competizione reciproca (l’interpretazione di Da’Vine Joy Randolph è eccezionale in questo), ricorda un complementare romantico e idilliaco di The Lobster di Yorgos Lanthimos, gelido e tremendo destino metamorfico (essere trasformati per sempre in un animale, a scelta del candidato), per un amore mancato, un’anima gemella dispersa tra le tante potenzialità di incastro.

Eternity, ricordare e quindi ri-innamorarsi

Ma in Eternity sono i ricordi più che gli amori ad affiorare, in comodi baracchini prefabbricati che riavvolgono il nastro e come nelle primordiali lanterne magiche dell’archeologia del cinema rimettono in scena i propri archivi di memorie meccaniche, da attraversare come una volta mano nella mano, con un tagli e cuci di immagini che è procedura d’artigianato (Michel Gondry insegna). È una singola fotografia impolverata in cui sono rimasti intrappolati tutti i giorni mai vissuti senza sapere come sarebbe andata, rispetto alle tante di mezzo secolo insieme, normalizzato in una quotidianità di alti e bassi con figli a carico ormai cresciuti e autonomi.

Ma l’eternità è infinitamente più grande di quel piccolo globo d’amore, così allo stesso modo è inconsistente l’ideale di perfezione, ma Joan si ritrova comunque divisa e serrata al vertice di un triangolo tra Larry e Luke, e tutto ciò che rappresentano, mentre i consulenti dell’aldilà come comodi avvocati preparano le loro arringhe finali mettendo a processo il sentimento, i motivi razionali con cui sceglierlo invece di lasciarlo accadere.

Ad affrontarsi in Eternity sono infatti innanzitutto i modi diversi di intendere l’amore. Mare e montagna, il senso di fedele attesa che anche nell’assenza si fa ostinata lotta personale, la costanza invece di chi sceglie di esserci ogni giorno e di andare comunque avanti. Da una parte l’amore ordinario, talvolta annoiato, dall’altra il desiderio platonico, l’idealizzazione assoluta, il sogno innocente che crede ancora in un amore che vince tutto (la graphic novel Blankets lo raccontava con pochi eguali, in una singola linea nera, vorticosa, raggomitolata).

Ma anche i rituali più consolidati si stravolgono proprio in occasione dei più sontuosi anniversari, gli amori interrotti complicano quelli recenti, perché la perdita può affievolire il sentimento, non lo cancella («Perché è la perdita la misura dell’amore?» esordiva Jeanette Winterson nel suo fluviale Scritto sul corpo).

Eternity, l’amore come prodotto di consumo

Elizabeth Olsen e Olga Merediz in una scena di Eternity, in cui l'aldilà è una stazione di scambio che ricorda un moderno centro commerciale con stand di tutti i tipi in cui scegliere la propria eternità

L’approccio di David Freyne in Eternity sfrutta toni giocosi, divertiti e scanzonati, riempiti di una surreale e istrionica sovrabbondanza scenografica che ha reso riconoscibile tanto cinema contemporaneo (produce non a caso A24, a cui Everything Everywhere All at Once e Beau ha paura si avvicinano per ipertrofismo e non di poco), in un worldbuilding sfaccettato e creativo che si riduce soltanto quando incasella i personaggi in precisi ruoli e funzioni (Luke è l’affascinante e sexy principe azzurro ideale – «tremendamente bello» gli viene più volte ribadito – che vive di frasi fatte e capelli tinti, Larry è invece il più anonimo ragazzo qualunque, pragmatico in quella costante e presente corporeità umana).

Ma in quel purgatorio ipotetico travestito da centro commerciale con i fondali che vengono calati giù dalle funi come fossimo a Broadway, emergono chiarissime anche le clausole e le postille di una promessa consumistica tutta di slogan e cartelloni allettanti, che al «finché morte non ci separ» sembra sostituire il ben meno confortevole «oltre la fine del mondo e del tempo», prendendo giuridicamente alla lettera l’eternità del titolo. Così in Eternity rispondono alla stessa condanna anche quei parchi divertimento tematici allestiti per l’occasione di provarsi eterni, piegati a esoneri di responsabilità e visti speciali, stand accalcati e magliette promozionali.

Sono artificiosi reami fiabeschi ricostruiti in CGI in una sorta di Westworld senza comparse, di città capitalistiche al neon, Weimar World senza nazisti, mondi bucolici senza uomini ma per questo, per l’eccessiva richiesta, già tutti al completo o in cui fumare per sempre perché tanto «il cancro non può ucciderti due volte», la realtà mortale ha già fatto il resto. Persino Dio in Eternity è soltanto una delle tante opzioni selezionabili tra le infinite religioni e modi di credere. Si può sognare un’eternità e il capitalismo gli dà una forma, un prezzo, un contratto, al massimo lo dismette quando non rispetta più la moda del momento.

Callum Turner ed Elizabeth Olsen in una scena di Eternity di David Freyne, in cui interpretano Luke e Joan, una coppia sposata in cui 70 anni prima la guerra in Corea e la morte sul fronte di lui ha messo fine al loro rapporto

Ed è proprio qui paradossalmente che iniziano i problemi di Eternity. Invece di continuare la traccia decostruttiva già iniziata, sondando i principi d’amore classicheggianti (come faceva di recente la caustica commedia di Harry Lighton in Pillion o la trilogia di Haugerud sui rapporti di desiderio e le loro tante e sfumate ibridazioni), Eternity sceglie la strada più consolatoria e moralista. Con un vertiginoso e incomprensibile cambio di rotta narrativa, improvvisamente le questioni di amore eterno e fedele (come scegliersi ancora ogni giorno in ogni eternità) svaniscono dietro le più banali riflessioni sulla caducità della vita, della serenità assoluta come obiettivo di esistenza, a cui mancava solo la ripresa letterale del classico oraziano «carpe diem». 

Si continua così a mangiare pretzel anche se, l’ultima volta, durante un gender reveal party, è andato di traverso fino a soffocarci, si continua ad ascoltare l’esibizione di un sosia di Dean Martin anche se evidentemente con qualche problema di alcolismo mai trattato, si spettegola su chi tra i parenti presenti al proprio funerale appariva più distrutto e afflitto degli altri. Eternity rimane in questo un ottimo feel-good movie, che mette da parte i rancori e le incomprensioni, per scegliere sempre la strada più positiva e piena di speranza, anche quando tutta sembra andare per il verso storto persino nell’aldilà, peccato solo si sia fermato lì, la premessa per diventare un cult nel regno del Paradiso c’era tutta.


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Classe 1998, piemontese, passo costantemente dal buio della sala a quello della camera oscura, sognando sempre un mondo in bianco e nero stampato a mano con la grana fine. Sospeso tra l'immaginazione visionaria di Leos Carax e il realismo magico di Alice Rohrwacher, quando non scrivo di cinema (e per il cinema), studio medicina.

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