Valerio Lundini è uno dei volti ormai più noti della comicità italiana sin da quando, in piena pandemia, venne trasmesso in seconda serata su Rai Due il suo programma di culto Una Pezza di Lundini dall’umorismo surreale e irresistibile. Da quel momento la sua carriera è decollata, tra programmi televisivi e streaming (il sottovalutatissimo Faccende complicate su RaiPlay) e comparsate nel cinema (Il più bel secolo della mia vita); era quindi naturale vederlo approdare dietro la macchina da presa con Cambogia.
Nessuno si poteva aspettare, tuttavia, che il suo esordio alla regia, presentato nella sezione Freestyle della 21a Festa del Cinema di Roma, sarebbe stato un’opera non solo divertente, ma anche profondamente intelligente nel modo di raccontare gli stilemi del genere crime italiano, e il loro ribaltamento.
Cambogia uscirà nelle sale italiane il 18 marzo 2027 grazie a 01 Distribution.
Cambogia, un inusuale scambio di corpo

Tramezzi’ (Valerio Lundini) fa parte di un clan criminale romano che vive in un mondo in cui la criminalità pare l’unica possibilità di vita, l’unico destino per chi lo abita, come Luana (Benedetta Porcaroli), la sua ragazza tossicodipendente. Il clan di cui fa parte Tramezzi’, quello di Mantecato (Giorgio Montanini), ha appena rubato una partita di cocaina dal clan degli Albanesi, e per questo sgarbo non sarà apprezzato dal clan dei Napoletani, pronto a farla pagare a chi l’ha recato.
Questa, però, non è (apparentemente) la realtà, ma la storia di Cambogia, una serie televisiva crime che racconta di un mondo fatto di sparatorie, fumo di sigaretta, onore e malavita. Quando la ripresa termina, però, l’attore che interpreta Tramezzi’, Valerio De Nicolais (sempre Lundini), si ritrova per magia intrappolato nel mondo criminale raccontato dalla serie, mentre il personaggio da lui interpretato ha preso il suo posto nel mondo dello spettacolo italiano, fatto di grandi agiatezze, di première di gala e di manager (Sofia Bergamasco) insistenti. Attore e personaggio si ritrovano così a scambiarsi di corpo e di realtà.
Non aggiungeremo altro sulla trama e sulla sinossi di Cambogia, perché parte del piacere dell’opera prima di Lundini è proprio scoprire i vari risvolti di trama, le varie gag e il mondo che il comico ha voluto raccontare. La sua opera prima, difatti, si caratterizza per l’originalità non tanto del tema dello scambio di corpi e di mondi, da quello reale a quello del cinema e/o viceversa – un espediente che è al centro di film come La rosa purpurea del Cairo e Last Action Hero -, quanto del suo
worldbuilding.
Cambogia immagina, difatti, un viaggio bilaterale, e non unilaterale come i film citati: nella realtà immaginata dalla pellicola, si vede sia il personaggio fare il suo ingresso nella realtà (come nel film con protagonista Schwarzenegger), sia è l’attore a entrare nel mondo di finzione, come Mia Farrow nel film di Allen. Le due realtà scorrono parallele, seguendo un medesimo fluire del tempo ma impossibilitate (in teoria…) a comunicare tra loro, ma non per questo non vi è una gerarchia tra di loro: il piano della serie, infatti, è governato dalle scelte di sceneggiatura e di messinscena prese nel piano della realtà.
Lundini, assieme ai co-sceneggiatori Francesco Agostini e Matteo Tiberia, riesce così a costruire un mondo interno alla pellicola verosimile e coerente, che unisce l’umorismo nonsense che ha reso celebre il comico romano in televisione a una complessità strutturale che supera quella delle gag della Pezza. Con un approccio giocoso e sempre inventivo, capace di sfruttare i due setting in cui Cambogia si ambienta non solo per il loro potenziale comico, ma anche per costruire un prodotto narrativo funzionante, intelligente e appassionante, che non sia un semplice contenitore di gag e di scene divertenti (che pure non mancano).
Cambogia, ridere e riflettere sulle narrazioni crime italiane

Lo spunto narrativo di Cambogia diventa per Lundini il pretesto per irridere i codici del genere audiovisivo crime, reso popolare da produzioni come Gomorra (più serie che film) e Suburra. Il mondo della serie TV in cui Valerio De Nicolais si ritrova intrappolato, infatti, si costruisce sulle convenzioni narrative ed estetiche di tali prodotti: una realtà chiusa in sé stessa, nelle sue logiche criminali fatte di squallore e di violenza, in cui non esistono possibilità di fuga, in cui tutti pronunciano nel dialetto del clan di appartenenza grandi battute sulla loro condizione misera e sulla semplicità della vita di periferia, in cui tutto è sporco e sudicio (eppure si è soliti fare la lavastoviglie…).
L’inserimento di un attore colto, intellettuale e di grandi ambizioni artistiche all’interno di tale contesto grottescamente criminale – visivamente costruito con una notte perenne e delle luci al neon in cui riecheggiano Drive e Solo Dio Perdona di Nicolas Winding Refn, nonché l’estetica cruda e reale di Stefano Sollima – genera così un fortissimo scarto comico: la presenza estranea di Valerio mette in luce le idiosincrasie di questo mondo di finzione, i suoi cliché e le sue incoerenze. In Cambogia, l’incontro dell’attore con il mondo che lui “abita” solitamente solo su uno schermo piatto mette in evidenza, parodiandoli, tutti gli stilemi attraverso cui si racconta il crime nella televisione italiana.
Anche l’ingresso di Tramezzi’ nella realtà genera un forte scarto comico, volto a mettere in scena una presa in giro del jet set italiano, del mondo dello spettacolo del nostro Paese in cui grandi attori drammatici, ricchi e viziati, interpretano gente umile e miserevole senza conoscerla. Questa porzione di Cambogia è tuttavia quella meno incisiva, non fosse altro perché, al netto dell’originalità delle situazioni proposte da Lundini, negli ultimi quindici anni, tra Boris, Call My Agent e Peccato di Emanuela Fanelli (proprio in questi giorni in uscita dopo il passaggio a Venezia 83), la commedia sulle dinamiche del set e del panorama culturale italiano è stata ampiamente battuta.
Nell’insieme delle sue parti, però, Cambogia si presenta come una prosecuzione brillante della comicità che ha caratterizzato la carriera televisiva di Valerio Lundini, la quale applica le dinamiche dell’assurdo e del nonsense a materiali audiovisivi per mostrarne i limiti e le convenzioni, attuando così un’intelligente parodia dei generi di riferimento.
Nel suo esordio, le convenzioni del genere crime televisivo vengono sfruttate dal comico romano per irridere l’assurdità visiva e narrativa di tali prodotti, nella stessa maniera in cui le fugaci apparizioni di pellicole d’autore – come La Homosexualidad, pellicola impegnata di un regista iberico sul tema dell’omoerotismo (il riferimento a Pedro Almodóvar pare quasi scontato), oppure il film con protagonista una mucca, per cui Valerio De Nicolais ha vinto il Nastro d’Argento, che fa il verso al trend recente del cinema italiano che negli ultimi anni si è ambientato in alta quota, come Vermiglio di Maura Delpero e Le otto montagne di Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch – irridono tali forme estetico-narrative.
La forza e l’intelligenza di Cambogia, tuttavia, risiedono anche nell’essere una lettera d’amore ai personaggi e ai mondi che l’arte (in questo caso, la televisione) è in grado di creare. Il rapporto tra Valerio e Tramezzi’ nel corso dell’avventura cambia radicalmente: l’attore scopre a fondo le logiche del mondo creato dalla produzione audiovisiva in cui lavora, mentre il personaggio comprende ciò che muove il suo mondo. Questa dinamica, attivata da un MacGuffin improbabile e stabilita tramite un walkie-talkie, permette di smontare la gerarchia stabilita tra attore e personaggio, conferendo dignità ad entrambi i lati dello stesso volto.
Più di una semplice commedia sul mondo dello spettacolo italiano, Cambogia è un esordio sorprendente e brillante, in cui la parodia del sistema mediale italiano che caratterizza la carriera del comico dai tempi della Pezza di Lundini si trasla in una forma filmica curata e completa, capace di superare la parodia stessa per mostrare l’amore verso l’atto di creare arte, capace di dare forma a mondi nuovi e a vite alternative. Supportato da un cast corale in ottima forma – in cui spicca una Benedetta Porcaroli inedita in un ruolo pienamente comico -, Lundini realizza una delle commedie italiane più originali e (soprattutto) spassose dai tempi di Smetto quando voglio di Sydney Sibilia (produttore della pellicola di Lundini).
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