Il war movie è uno dei generi più gettonati e di successo fin dall’alba del cinema. Mentre, nella realtà, la guerra continuava tristemente ad evolversi ed aggiornarsi a ritmi vertiginosi, la settima arte seguiva a ruota, ricevendo sempre nuove storie e nuovi impulsi. Come portare allora in scena, dopo più di un secolo, un film di guerra senza che sappia di già visto? Cos’è rimasto da raccontare, specialmente in un periodo in cui il genere non è più sulla cresta dell’onda?
Il regista Alex Garland risponde con personalità, con il suo nuovo Warfare – Tempo di guerra, diretto insieme a Ray Mendoza e di firma A24: un nuovo sguardo del cineasta britannico sui conflitti, dopo il discusso Civil War dello scorso anno.
Warfare, senza via d’uscita

Warfare segue le vicende di una compagnia di Navy Seal in Iraq nel 2002. Durante il conflitto, l’unità si insedia nella casa di una famiglia irachena per proteggere il movimento di un altro plotone: la missione diventa però presto una lotta per la sopravvivenza, quando la compagnia viene accerchiata dalle milizie locali ed impossibilitata ad uscire.
Ray Mendoza, ex soldato statunitense, era il consulente militare di Garland sul set di Civil War ed ha partecipato in prima persona alla missione raccontata da Warfare (e vi compare infatti come personaggio, interpretato da D’Pharaoh Woon-A-Tai). Una delle particolarità di Warfare è proprio la tempistica degli avvenimenti: dopo i titoli di testa, infatti, la durata del film è pari a quella degli eventi realmente accaduti (un’ora e mezza circa). Questo è solo uno degli aspetti di assoluto realismo voluti da Garland, e che rendono Warfare un’esperienza unica ed immersiva.
Spalla a spalla con i soldati in Warfare

Warfare non spreca tempo. Dopo una breve scena iniziale di cameratismo fra i soldati, l’unica vera occasione di spensieratezza a cui assistiamo, si viene riportati immediatamente al dovere. Dei soldati sappiamo solamente il nome e l’obiettivo: non c’è tempo per scherzare, non ci sono backstory. Nessun dialogo di approfondimento sulle loro vite, nessun desiderio, nessuna speranza o paura: ogni volta che si apre bocca è solo per comunicare qualcosa di indispensabile, un ordine, una richiesta di aiuto, un grido. Quasi tutti i dialoghi sono a tema militare.
L’assenza pressocché totale di colonna sonora contribuisce all’hyperfocus dello spettatore, totalmente immerso senza distrazioni in quello che sembra a tratti un reportage ad alto budget. La prima parte del film è di studio, guardinga, di presa di posizione, mentre lentamente i pericoli si accumulano intorno al piccolo plotone e la tensione sale inarrestabile per tutta la pellicola. Quando poi l’azione finalmente esplode, lo fa per davvero: il sound design di Warfare è eccezionale – da vedere chiaramente in sala – e come pochi altri film catapulta lo spettatore in un inferno di proiettili ed esplosioni, che fanno sentire persino la sabbia del deserto sulla pelle.
Warfare, c’è qualcosa di nuovo sul fronte occidentale

Tutto questo potrebbe lasciar intendere un film freddo, o quantomeno più di apparenza che di sostanza. Eppure, rivelandone a malapena i nomi, Warfare riesce a raccontare in maniera profondamente umana un gruppo di soldati, il cui unico obiettivo diventa mettersi in salvo e riportare a casa i compagni feriti. Uomini traumatizzati, paralizzati a fissare il vuoto, spezzati chi nel fisico e chi nell’animo: Warfare colpisce molto più con il silenzio dei suoi sguardi che con il fragore degli spari.
Tutto ciò anche grazie ad un cast estremamente in parte, tra cui troviamo Will Poulter (Death of a Unicorn) e Joseph Quinn (A Quiet Place – Giorno 1), ma anche Cosmo Jarvis (Shōgun), Charles Melton (Riverdale) e Michael Gandolfini (Daredevil: Born Again).
Il rovescio della medaglia, ovviamente, sta nel fatto che non tutti potrebbero gradire la mancanza di approfondimento dei personaggi, e forse sotto questo aspetto il film avrebbe beneficiato anche di uno sguardo sulla prospettiva degli invasi.

Alex Garland continua il suo percorso di critica alla guerra, iniziato proprio con Civil War. Se nel film dello scorso anno – secondo chi vi scrive, eccellente -, però, il conflitto era “filtrato” attraverso l‘occhio della fotocamera e ci si concentrava proprio sul voyeurismo del giornalismo di guerra, in Warfare il conflitto è lì, nudo e crudo, senza enfasi né censura: non si risparmia su diverse immagini forti, ma senza morbosità o spettacolarizzazione.
Non conoscere nulla dei militari americani li rende ancora di più figurine, nulla più che numeri gettati sul campo. Non c’è spazio per retorica o propaganda, niente slow motion, bandiere a stelle e strisce al vento o figli in attesa dei papà: l’insensatezza del conflitto in Iraq emerge prepotente quando i soldati statunitensi sembrano sparare a vento e ombre, nemici senza volto che vediamo sempre e solo di sfuggita (che però, attenzione, non vengono mai dipinti come i cattivi). Il Paese invaso dagli USA, infatti, è simboleggiato dalla terrorizzata famiglia irachena che si vede sostanzialmente sequestrata dal plotone statunitense e bombardata perciò dalla propria gente.
Warfare condivide proprio questo, semmai, con Civil War: non esistono vincitori o vinti in guerra, ma solo vittime e chi cerca di sopravvivere.
L’ascesa senza sosta di A24

A24 è nata come piccola casa di produzione e distribuzione indipendente, ma in pochi anni è cresciuta esponenzialmente, diventando una realtà importante del cinema moderno con una quantità industriale di film ogni anno e mantenendo soprattutto (quasi) sempre un alto livello di qualità, oltre a portare tanti spettatori in sala, ancora più importante. Specializzata soprattutto nell’horror e nel fantastico – ultimo arrivato l’ottimo Bring Her Back – ci ha portato in un decennio titoli come Everything Everywhere All At Once, La Zona d’Interesse, Hereditary, The Whale, The Brutalist e X – A Sexy Horror Story.
In attesa del ritorno di Ari Aster con Eddington, in arrivo in autunno, A24 conferma per l’ennesima volta di avere occhio anche per i war movies con l’efficacissima coppia Civil War – Warfare, sotto la direzione sapiente di Alex Garland.
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